Il mio 8 marzo, e la mia idea di femminismo

E’ sera, tutti dormono, potrei seguirli a ruota o raccontare del bellissimo viaggio da cui siamo appena tornati, invece ho voglia di buttare giù dei pensieri che mi girano per la testa da qualche giorno.

E’ da poco passato il giorno della festa della donna e su internet, soprattutto su Instagram , che è l’unico social che seguo, ho letto infinite minestre di banalità.

Parliamoci chiaro, io sono la prima che si considera femminista, che da per scontato che nella società si debbano avere pari diritti, che i lavori in casa vadano svolti sia da me che dal mio compagno, che gli stipendi debbano essere eguali a parità di mansione. E devo essere sincera, da quando vivo a Roma mi infervoro ancora di più su questi temi, visto che a volte mi sembra di essere capitata in una piccola realtà provinciale piuttosto che in una capitale europea. Ma vabbè, sorvoliamo questa ultima polemica.

Però quando dal femminismo si passa alla tematica – più intima, più delicata – della maternità, li inizia a puzzarmi il discorso. Per lo meno quanto leggo mi inizia a dar fastidio. Che una cosa è avere gli stessi diritti, una cosa è essere uguali e poter ricoprire gli stessi ruoli. Uomo e donna. Mamma e papà. NON LO SIAMO! Non siamo uguali, non possiamo ricoprire gli stessi ruoli, nella coppia, nella famiglia, nella genitorialità. E’ inutile dire che sono le madri a rinunciare al lavoro per stare con i figli perché sono quelle ad avere lo stipendio più basso. Se il primo anno di mia figlia ho rinunciato a lavorare, non è certo perché le mie entrate sono inferiori a quelle del mio compagno. L’ho fatto perché ho allattato e allatto ancora. Di certo non poteva farlo il mio compagno. L’ho fatto perché mia figlia – e mio figlio, prima – è stata nella MIA pancia, e ha cercato il mio contatto appena è nata. E questo lo trovo un privilegio enorme che abbiamo noi donne, non di certo una pena da portare sulle spalle per colpa di una società maschilista.

E se sono ancora io che passo gran parte dei pomeriggi anche con mio figlio più grande, piuttosto che il padre, è perché io voglio farlo, perché non voglio perdermi la sua crescita. E sinceramente, a me quello penalizzato sembra essere il mio compagno, che mentre noi facciamo merende, passeggiate, giochi di manualità, lui rimane al lavoro fino all’ora di cena. Certo, ci sono giornate in cui mi sembra di impazzire, e vorrei essere al lavoro per staccare la spina e relazionarmi solo con il mondo adulto, ma sono consapevole che mi dispiace molto di più quando delego le mie mansioni di mamma a qualcuno piuttosto che seguire personalmente questa o quella attività.

Quindi tutto ciò per dire che sono la prima ad alzarsi in piedi quando si tratta di portare avanti certi diritti, certi valori, ma a volte mi sembra che pur di alzare qualche like si cada in uno sproloquio di banalità – per altro molto spesso uguali in tutti i profili – che mi fanno provare la stessa vergogna degli spogliarelli maschili dell’8 marzo. Se vogliamo essere davvero femministe, a mio parere, smettiamola di sproloquiare e agiamo di più nel concreto. Siamo diversi, abbiamo ruoli diversi, non c’è nulla di male. Ma possiamo fare entrambi molto, possiamo ambire entrambi alla stessa soddisfazione, lavorativa, familiare, personale. Diamolo per scontato, e agiamo di conseguenza.

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