Ci sono persone che lasciano il segno

Ieri sera, mentre perdevo la mia solita mezz’ora in bagno tra creme e cremine, mi è venuta in mente la mia responsabile di Shanghai, o come la chiamavo io, la mia Capa.La mia Capa, G., è la classica donna in carriera: magra magrissima, un po’ per grazia ricevuta e un po’ per le mille pause pranzo saltate e passate in ufficio; esaurita, perchè lavora a qualsiasi ora del giorno, alla faccia dei fusi orari (e di chi non si rende conto che, se magari in Italia la giornata lavorativa è appena iniziata e il giro quotidiano su FB è appena finito, dall’altra parte del mondo c’è chi sta spegnendo il pc e se ne sta andando bello bello a vedersi i fatti suoi…ma niente, proprio prima dell’ultimo clic, parte una chat infinita su skype (che di solito inizia con “una domanda al volo”)); stronza, almeno il necessario perchè i cinesi non facciano solo finta di lavorare (sfatiano il mito dei cinesi stacanovisti, please), e quanto basta per farsi rispettare nel mondo del lavoro, in quanto donna, soprattutto.
Al di fuori dall’ufficio, però, G. è quello che a Roma definirebbero “un tajo”.

A lei, diciamo, devo tanto.

Con lei ho fatto il colloquio quando, nel tunnel del post laurea, cercavo almeno uno stage che mi portasse via dalla palude padana pianura padana, nella quale non volevo infognarmi. C’erano lei e un altro tizio, dall’altra parte della web cam, per un colloquio via skype…l’altro tizio aveva scelto un’altra, lei me (almeno così mi disse poi), e così partii alla volta di Shanghai.

E dopo lo stage, fu lei a dirmi che non mi avrebbero dato il lavoro, perchè “ci serve una figura maschile che possa affrontare situazioni lavorative con i cinesi”, tipo il karaoke e le cene a gomito alzato (perchè per i cinesi, no grappa, no affari).

E quella volta in cui, uscita dalla Cina per andare ad Hong Kong, non potevo più rientrare perchè avevo sbagliato le carte per il visto, c’era lei, sempre via skype, a dirmi come fare.

Un giorno, poi, dopo mesi che non ci vedevamo, avevamo fissato un aperitivo per raccontarcela un po’. Avevo tante belle novità, un nuovo amore, un lavoro che mi piaceva, avevo cambiato casa e tutto era perfetto. Invece no, appena è arrivata ho esordito con “E’ il giorno più brutto da quando sono a Shanghai”: la notte prima lui era dovuto partire all’improvviso, e non sapevamo neanche se ci saremmo mai rivisti. Lei ha sorvolato, ha ordinato un doppio giro di frozen margarita, e solo davanti al terzo mi ha detto “dai raccontami”…lasciandomi sfogare come neanche un’amica avrebbe fatto, senza compatirmi, dicendomi solo “vedrai che questo vi unirà ancora di più”…e guardando nostro figlio, penso che aveva ragione.

Poi lei, davanti ad una bottiglia di prosecco, mi ha detto che no, la figura maschile che avevano scelto alla fine non era andata bene, e mi ha offerto il mio primo vero lavoro (alla luce dei fatti, anche l’ultimo, per ora).

Un giorno, le raccontavo di qualche screzio con la casa nuova e i casini con la coinquilina, e si limitò a commentare “secondo me tra un po’ vai a convivere con A.”…due mesi dopo, io e A., firmavamo il nostro primo contratto di affitto assieme.

Il meglio è venuto nell’ultimo periodo in cui sono stata a Shanghai. Ero stanca della Cina e non sapevo come dirle che volevo tornare in Italia e quindi lasciare il lavoro. Dopo un po’ di prove davanti allo specchio (non è vero^^!), a maggio le ho comunicato la mia decisione, dicendole che avrei lasciato passare l’estate, le avrei fatto fare le vacanze tranquilla e me ne sarei andata ad ottobre. Perfetto, mi disse lei.

Una settimana dopo, sono di nuovo disperata nel suo ufficio a dirle che A. deve andarsene da Shanghai entro due settimane, che non me la sento di restare da sola cinque mesi, e che quindi mi sarei limitata a dare i 30 giorni previsti dal contratto e poi l’avrei raggiunto a New York. “Questo mi fa incazzare, ma non ti posso legare alla sedia”, è stata la sua risposta.

Due settimane dopo,  per un mal di pancia, mi consiglia di andare a fare una visita alla clinica. Da lì, la chiamo dicendole che sono incinta. La sua risposta? “Guarda che adesso non puoi più bere alcolici”. (Risposta entrata nella top list assieme a quella della mia amica/compagna di avventure “Allora non dobbiamo più fare la preparazione al detox day, vado a mangiarmi subito un paninazzo”).

Ovviamente, sono partita per l’Italia nel giro di pochi giorni.

L’ultima volta, ci siamo salutate davanti ad un aperitivo. Io bevevo acqua.

“Guai a te se un giorno mi dirai che vuoi tornare in Cina, mi hai fatto perdere dieci anni di vita”.

Cara G., se girovagando su internet becchi questo post, sappi che sei una grande, e che si, ti voglio bene.

 

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